Per gentile concessione di Giuseppe Galzerano, nella ricorrenza del 140° anniversario dell’attentato di Giovanni Passannante al re d’Italia, Umberto I, avvenuto a Napoli il 17 novembre 1878, pubblichiamo uno stralcio del capitolo del processo al giovane regicida originario di Salvia (l’attuale Savoia di Lucania). La seconda edizione del volume «Giovanni Passannante. La vita, l’attentato, il processo, la condanna a morte, la grazia regale e gli anni di galera del cuoco lucano che nel 1878 ruppe l’incantesimo monarchico» [Galzerano Editore, 2004, pag. 864, con foto, €. 30,00] può essere richiesta a Galzerano Editore – 84040 Casalvelino Scalo (Sa) tel. 0974.62028 email galzeranoeditore@tiscali.it. Chi gfosse interessato all’intero svolgimento del processo può cliccare su questo pdf: clicca qui per il documento completoPASSANNANTE – Quel giorno in tribunale

 

Il libro di Giuseppe Galzerano

Il libro di Giuseppe Galzerano

Il cancelliere riprende la lettura e nell’aula riecheggia la risposta di Passannante sulla continuità tra il governo borbonico e il governo sabaudo. Alla domanda: <Quali maggiori libertà avrebbe potuto presentarvi un altro politico ordinamento?>, Passannante rispose: <Il governo passato era rappresentato dalle tre proverbiali F significanti festa, farina, forca, alle quali sono oggi sostituite tre P: parlate, pagate, piangete>. In quell’occasione disse che – pur non essendovi una congiura – con la sua azione sperava di favorire il partito repubblicano, e aggiunse: <I migliori colpi sono quelli che vengono all’impensata>.

Finita la lettura, Ferri gli impone di alzarsi, gli chiede se deve aggiungere altro e Passannante: <Nossignore. Una sola cosa. Dove dite che la proprietà si acquista col lavoro e col risparmio, voglio fare osservare che c’è un altro mezzo: cioè la fortuna. E poi…>.

Lo interrompe La Francesca:

 

Signor Presidente, qui non siamo per ascoltare lo svolgimento di teorie sociali e politiche. La scranna dell’accusato non può diventare una tribuna. La sentenza della sezione d’Accusa traccia i limiti del dibattimento. Giovanni Passannante ha ferito il Re. Ha meditato il suo crimine? Ha agito sotto l’impulso di un’istantanea determinazione della volontà? Ecco i quesiti sui quali l’accusato può e dev’essere interrogato. Le sue teorie politiche non ci riguardano.

 

Il presidente chiede: <Passannante, avete udito le parole del procuratore generale?>.

 

<In esse – risponde Passannante senza scomporsi – non ho ben capito. Perché il risparmio…>.

Lo interrompe nuovamente La Francesca e il presidente chiede:

 

– Avete nulla da aggiungere intorno all’avvenimento di cui siete responsabile?

– Niente altro.

– Passannante, nei primi vostri interrogatori diceste di aver ruminato il vostro proposito di uccidere il Re. Negli altri interrogatorii avete affermato che il pensiero vi balzò in mente improvviso. Spiegate codesta contraddizione.

– Posso parlare? Sì o no?, perché se posso parlare va bene, se no i’ m’assetto… (e si siede, destando grande ilarità nel pubblico).

– Parlate, parlate!

– La mattina del 17 è vero sono uscito alle 7 di casa per vedere se trovavo qualche proclama buono per il popolo, n’aggio visto che proclami di <Viva il Re>, <Viva la Regina>, <Viva il Principe> e chillo è piccolo. Uno però di grandi proporzioni (accenna con le mani ad un’altezza esagerata) diceva: <Viva il Re che ci ha portato a Roma>. A Roma?! Neh’ scusate, a Roma ci ha portato solo Mazzini…

Procuratore generale: – L’accusato mi pare che non risponda all’interrogazione che gli si è rivolta.

– Rispondete strettamente alla domanda, avete voluto attentare alla vita del re o fargli sfregio? Quali di queste posizioni mantenete?

– Ho voluto fare uno sfregio.

 

Della chiara risposta di Passannante non si terrà alcun conto.

L’interrogatorio, durante il quale Passannante ha tirato fuori una <pezzuola> rossa e azzurra passandosela sul viso, continua. Nel corso dell’interrogatorio il pubblico ha spesso manifestato spontaneamente simpatia per Passannante, chiaramente sopraffatto dal giudice Ferri e il giudice è costretto a minacciare di far sgomberare l’aula <ripetendosi le manifestazioni di simpatia all’imputato> ed è già al quinto richiamo.

Quando Passannante si siede, il presidente ordina all’usciere di chiamare Benedetto Cairoli, l’ex presidente del Consiglio, che è appena arrivato, e ciò suscita mormorii in tutto l’uditorio. Cairoli entra trascinando a fatica la gamba accoltellata tre mesi prima. Il presidente, gridando con voce <rauca e chioccia>, ottiene la calma nell’aula e poi rivolto a Cairoli gli dice: <Lei come parte offesa non presta giuramento. Un gentiluomo come lei non ignora certo i doveri di chi depone davanti alla giustizia. Il magistrato tuttavia non può prescindere dal fare questi ricordi. Ella dunque dirà tutta la verità, null’altro che la verità. Di dov’è?>. Alla domanda sulla professione Cairoli risponde al passato e ricorda: <Fui colonnello dei volontari. Ora non tengo alcun grado. Sono deputato> e dopo racconta cosa successe quel giorno a Napoli: sentì il re gridare e lo vide colpire con il fodero della sciabola un uomo che stava con il coltello contro di lui. Fece per difenderlo e fu colpito da una coltellata alla gamba, afferrò l’uomo per i capelli e lo consegnò al capitano Giovannini, che lo ferì con la sciabola mentre Cairoli lo teneva. L’interrogatorio è finito, Ferri – per aggravare agli occhi dei giurati la posizione di Passannante – gli domanda della ferita e Cairoli dice che se non è ancora guarita la colpa è sua perché si <è trascinato alla camera> e il presidente: <Ora ella è libera di andarsene. Se vuol restare, cercheremo di darle il migliore posto che si può> e lo fece sedere accanto alla Corte. Mentre andava a sedersi ad una signora della tribuna cade il ventaglio e Cairoli raccomanda le signore affinché badino a salvare le teste dei sottostanti. Il pubblico e Passannante ridono dell’incidente. Il pubblico parteggia per Passannante e sottolinea con aperta simpatia l’ultima parte della dichiarazione di Cairoli, con la quale s’è rifiutato di aggravare la posizione dell’imputato, riconoscendo che la mancata guarigione era colpa sua e non della coltellata del 17 novembre.(…) Alle ore 16,24, in un telegramma al prefetto, si fa il resoconto della giornata processuale, precisando che l’accusato ha affermato di non aver avuto intenzione di uccidere il re, ma soltanto di sfregiarlo. Cairoli era arrivato alle 14,30 e fu subito interrogato e quando l’ispettore Lucchesi ha riferito che l’imputato gli disse ch’era stato a donne, Passannante lo ha accusato di mentire perché era stato a lavorare.

Il Prefetto, a sua volta, manda una nota riservata al Ministero dell’Interno informandolo che il processo è terminato alle ore 16,30, sono stati uditi tutti i testimoni e l’ordine è stato perfetto sia dentro che fuori l’aula.