di Angelo Lucano Larotonda

Accingendomi a scrivere una breve riflessione su Passannante mi è venuto in mente il grido riportato nel libro del profeta Isaia: “Mi gridano da Seir:/ “Sentinella, quanto resta della notte?/ Sentinella, quanto resta della notte?”. E’ un grido che è emblema dell’attesa di chi soffre, del desiderio della fine di un male da lui subito. Ma Lui, rinchiuso in una cella alta 1,40 centimetri (mentre  è alto 1.60),  senza latrina, al di sotto il livello dell’acqua, umida, con alle mani una grossa catena di 18 chili,  può mai invocare l’alba? L’alba che è la fine delle sofferenze inflittegli con crudeltà disumana?

La Linguella del carcere dell'Isola d'Elba

La Linguella del carcere dell’Isola d’Elba

Lo hanno gettato nel buio assoluto e quando si è nel buio, la luce sembra essere venuta definitivamente meno. Qui l’ assenza di luce è duplice:  quella naturale (la cella è senza finestre), e quella dentro di sé  che porta a sperare  di uscire vivi da una situazione drammatica con addosso  la propria dignità di uomo, ancora. La prima assenza di luce rende il corpo di Lui senza peli, scolorito come la creta, gonfio. La seconda – la speranza cioè – lo rende immediatamente prigioniero del dolore: urla giorno e notte. Neppure l’eco gli risponde. Rivolge al vigilante a vista quella invocazione abissale e piena di promessa luce:  “aiutami!”. Neppure sillaba  gli ritorna. L’ordine di consegna è perentorio: Egli deve vivere, vivere, vivere nell’abisso di silenzio! Silenzio e dolore. Dolore e silenzio.  Assoluti. Questa tortura inflittagli mira all’abominio dell’annientamento. Ecco una vittima del male totalitario!

E così quel dolore gli entra nella circolazione sanguigna. Diviene un peso che paralizza il corpo e la mente: lo prende l’inquietudine, la sofferenza, la collera, la perdita progressiva di ogni critica. Sa  di essere stato consegnato al dolore, ma non sa che esso lo porterà ad una condizione di inerte abbandono progressivo per farlo divenire un essere in balia di una crudeltà oltre ogni limite. Durante i dieci anni di sepoltura in quella cella il dolore lo “spezza” nel corpo e nello spirito e riduce, o forse toglie, la  capacità di organizzare i suoi pensieri, i suoi sentimenti, la sua volontà. Ogni mezzo che permette di occupare come “individuo”  il  normale posto nel mondo viene annullato. Passannante-spezzato  perde il senso della vita.

E così, passati dieci anni, arriva  il momento in cui l’aggressione dolorosa, simile ad una morte sempre rinviata, supera il limite di intensità massima. Egli perde allora la coscienza del dolore cadendo in uno “stupore traumatico”. Così è chiamato. Questo fenomeno dello stupore traumatico consente di sopportare gravi lesioni, la tortura, il martirio stesso, senza un grido di dolore. Ci si arriva per un avanzato stato di esaurimento, di depressione psichica, nello spavento e nell’orrore, nell’essere violentati o abbattuti. Si diventa “ciechi” e “sordi” nei confronti delle cose con le quali nella situazione emotiva è spezzato ogni legame. In tali circostanze Passannante, la vittima sacrificale, assume le regole dell’animale. Il quale nota sempre solo ciò che “lo riguarda”, che è biologicamente importante, che eccita e regola la sua attività. Anche l’animale in lotta è privo di sentimento per il dolore. QUESTA E’ LA FOLLIA.

La follia! Essa annulla ogni possibilità di gridare fiduciosi “quanto resta della notte”? In quella notte Egli vi rimane per vent’ anni, fino a quando  la morte ha pietà di Lui e in un piovoso giorno di febbraio lo porta con sé nel suo buio infinito. Infinito. Senza alba.

… E poi la chiamano civiltà del diritto!