di Antonio Parente (Storico del Passannante)

            Son trascorsi alcuni decenni da quando, tra i primi, decisi di far conoscere finalmente la figura di un povero pastore delle montagne lucane “alfabettizzato” nei circoli anarchici di Salerno e di Napoli. Uno sconosciuto di nome Giovanni Passannante a Salvia in provincia di Potenza suo paese di origine, uno sconosciuto a tutti fino al giorno del suo attentato perpetrato a danno di Umberto I di Savoia in visita alla città di Napoli. Era il 17 novembre 1878 e l’anarchico lucano Giovanni Passannante si scagliava con un coltello contro il Re d’Italia, responsabile a suo dire di tutti i mali italiani.

 

l'arrivo a Portoferraio

l’arrivo a Portoferraio

I giornali dell’epoca diedero immediatamente notizia del grave fatto compiuto da un povero Cristo montanaro infatuato da idee anarcoidi.

Immediatamente la comunità di Salvia si accorse di avere partorito un figlio degenere, un mostro, “nu ciuto” come appellato da più di qualcuno (a distanza di un secolo) durante le mie ricerche sul posto.

Qualche giorno dopo con un atto di pietosa piaggeria e misera sottomissione, il sindaco di Salvia con il cappello in mano prostrato ai piedi del Re chiedeva clemenza sovrana per il vile attentato compiuto da un proprio concittadino implorando di voler emanare formale provvedimento di cambiamento del nome del paese da “Salvia” a “Savoia di Lucania”, dimenticando di chiedere però di cambiare anche il nome dei cittadini da “salviani” a “savoiardi”.

Son passati circa quindici anni da quando pubblicai critiche verso le varie autorità amministrative e politiche locali e nazionali per aver permesso di traslare i resti mortali di Passannante dal Museo Criminologico di Roma al locale cimitero, dimenticando che sia i musei, sia le chiese sono piene di reperti e di reliquie anatomiche.

Allora furono proprio loro ad appropriarsi della memoria di questo individuo per parlarne da questo a da quel pulpito cavalcando la tigre solo per fini politici

Si è poi continuato a parlare di Passannante per effimera moda, spesso osannandolo a dismisura ma senza battersi per riconoscergli il giusto posto nella storia.

Oggi, senza tema di smentita, posso dire che sì è verificato quanto da me pronosticato: tumulati i resti mortali (teschio e cervello) del povero Giovanni, con la fine degli inni suonati dalla banda, dopo gli applausi e forse dopo qualche buon bicchiere di vino, su Passannante è sceso nuovamente e pesantemente l’oblio. Politici, amministratori, filantropi e cittadini hanno nuovamente chiuso la partita. Tutti a casa.

Ciò appare offensivo appunto per la memoria di questo personaggio, anarchico o mattoide, non ha nessuna importanza, ma sicuramente classificabile uomo onesto e leale, che non ha mai piegato la testa e non ha mai chiesto alcunché ai suoi persecutori. Un uomo che subisce fieramente le torture riservategli nell’ergastolo di Portoferraio e le condizioni di “matto” nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino, senza mai piegare la testa davanti a chicchessia. Uomo di parola dall’inizio della sua avventura sino alla fine dei suoi giorni.  Solamente per amor filiale chiede scusa alla sua mamma per il dolore arrecatole, precisando però che lei stessa non avrebbe capito i motivi del suo gesto, perché povera ed ignorante. Ed infatti, anche se a modo suo, combatte la povertà, offrendo a tutti quel minimo che lui stesso possiede e l’ignoranza, predicando l’acculturamento delle masse ed il riscatto e l’affrancazione dei singoli.  Senza un tornaconto personale e senza secondi fini, predica l’uguaglianza, la libertà, l’amor patrio e l’amore per la famiglia” (in LA NUOVA”.

Ma mi chiedo e vi chiedo, a differenza delle numerose persone (curiosi, studenti, studiosi) che sostavano davanti alla teca del regicida nel Museo Criminologico, parlando dell’evento e anche del suo paese natio, quanti sono oggigiorno le persone che si soffermano davanti al loculo nel cimitero di Savoia? Ne è effettivamente valsa la pena?

Antonio Parente (Roma, novembre 2018)