Bibi Bianca, palermitano, è scrittore, autore per il teatro, regista e attore. Tra le sue opere teatrali: E fecero l’Italia; Opera buffa; il Decamerone. Tra i suoi scritti: Da papa Damaso a Clemente IX. Il godurioso regno di infallibili peccatori, santi ed eretici; Il ladro di Palermo, Briganti, Pensiero Bandito, Cartouche, Il ladro di cannoli. Vive tra Palermo e il Brasile

Pico aveva la capanna col terrazzino celeste dalle parti del bar del Sole.

Ogni mattina andava al mare. Dimagrito e abbronzato, gonfiava il petto e con la testa dinoccolata si esibiva in passerella lungo la riva. Faceva lo slalom tra le ragazzine che prendevano il sole e come uno struzzo allungava il collo per sbirciare dentro ai costumi. A maggio aveva compiuto diciassette anni ed era davvero un Pico più sereno, uscito dallo sconforto in cui era caduto il giorno dell’arresto dei camerati. Aveva mantenuto solo i contatti con Matteo che aveva avuto regalata dal padre la cinquecento bianca.

Uscivano di notte, ogni tanto e sempre di nascosto, per “andare a scritte”, correggevano spesso le frasi di Paolo sostituendo un merda con viva e viceversa, poi ripassavano dalla stessa strada con la speranza di beccarlo.

Pico rientrava all’alba con le mani sporche di vernice nera e l’odore dell’acquaragia appiccicato addosso. Si infilava direttamente a letto e la mattina faceva salti mortali per cancellare ogni traccia della sua “impresa” notturna.

Con Matteo s’ incontrava al bar della Sirenetta. Stavano seduti a chiacchierare davanti a quattro, cinque bottiglie di Forst, scuri e sudati. Erano contenti che gli Americani erano scesi sulla luna prima dei Russi e concordavano sull’esistenza dei marziani. Proprio in quell’ anno, a Roma, una luce aveva investito lo zoo ed erano scomparsi cinque animali.

Poi il Pico cominciava a canticchiare scordandosi le parole e inceppando sul motivo.

– Come fa quella lì? Nanà nananà… je t’aime, quella della Birkin…

Matteo scoppiava a ridere con la pancia in avanti pressata contro il tavolo e le gambe larghe. Provava anche lui ad andare dietro al motivo senza successo e più stonava più la cosa gli sembrava divertente.

– L’ hai più vista Stefania?

Matteo si sentì investire da uno sbuffo di calore.

– Non ci siamo più sentiti.

– Ti ha mollato? – chiese Pico con un sorrisetto furbo che gli lumeggiò la faccia bruciata.

– No… – rispose pronto l’altro – Sono stato io.

E, gonfiando il petto, si portò la bottiglia alla bocca.

– Potevi avvisarmi, mi ci sarei…

– Ti ci saresti cosa? –  ringhiò Matteo come se cercasse la lite. – Stefania era una ragazza seria.

– Era ? È morta ? – disse Pico facendo lo spiritoso.

– È viva ed è seria!

la spiaggia di Mondello

la spiaggia di Mondello

– Lo so, a letto non ride!

Era un’altra battuta.

– Come comico sei una schifezza – sbuffò Matteo incollerito, poi squadrando l’amico con una sfumatura ironica:

– Perché non mi racconti di Rosanna, Rosanda, Rosalba… come cavolo si chiama…

Stavolta era il Pico che accusava il colpo.

Abbassò gli occhi e con la voce impastata cercò di cambiare discorso.

Quindi tornarono a ridere sotto i capelli arruffati, le gambe allungate sotto il tavolino, le braccia molli; ordinarono altre due birre, infine, bevuti com’erano, trovarono pure lo spazio per abbozzare programmi per l’autunno quando sarebbero tornati davanti alle scuole. Certo, molto sarebbe dipeso dalla sorte degli amici detenuti, ma c’era la sensazione che con l’autunno sarebbe arrivata per tutti la libertà.

A meno di cento metri, davanti al baretto, gruppi di ragazzi con i minimaglioni colorati arrotolati sui fianchi, a cavalcioni sul Guzzi v7 e sullo Scrambler giallo della Ducati, giocavano con gli acceleratori. Qualcuno leccava il gelato al gelso nero mentre sbirciava le ragazze che emettevano strilli e risatine a singhiozzo, intercalando come vezzo la frase allora in voga, un lagnoso non l’ho capito con le vocali tutte aperte.

Le note di Lisa dagli occhi blu rimbalzavano dal juke-box della Sirenetta sino alla spiaggia dove i ragazzi, piantati sui sellini, le gambe divaricate, agitavano le spalle e dondolavano la testa con la bocca aperta in un sorriso. Sognavano le macchine sportive.

La Porsche 912 Targa cabriolet era proibitiva, addirittura tre milioni e 375.000 lire, un mito, uno status symbol. Un po’ meno lontane erano il duetto 1600 dell’Alfa Romeo e il modello 1750. Costavano non più di 2.300.000; se ne vedeva qualcuna in giro, di colore rosso o blu, con dentro le ragazze con gli occhiali da sole e i capelli sciolti accanto al figlio di papà, abbronzato e così rigido da sembrare di gesso.

Più abbordabile era la FIAT 124 sport, con un milione e mezzo  la si portava a casa, chiavi in mano; una arancione girava perennemente dalle parti della Sirenetta.

Ma era sempre lo spider 850 della FIAT quello che tirava di più: i fari adagiati sui parafanghi con il logo della Carrozzeria Bertone, i pannelli laterali in skay liscio, i sedili regolabili, la strumentazione con i cinque strumenti circolari, tachimetro e contagiri più grandi. Costava un milione e 147.000 lire, ma quell’anno era uscito il modello nuovo e qualche occasione nell’usato si poteva trovare.

Di fatto, molti ripiegavano sulla Bianchina cabriolet, non era certo il massimo, ma con la spesa di 635.000 lire uno con le ragazze faceva sempre la sua figura. Piccola, ma sempre figura.

– Ah, la Bianchina… –  sospirò  Pico con gli occhi mezzi chiusi, puntando i gomiti sul tavolino e congiungendo le mani a scodella sotto il mento. Poi si piegò appena sul lato destro e fece scappare una scoreggia tutta modulata.

– È la birra!

Matteo scoppiò a ridere con i suoi denti piccoli e bianchi che riempivano una bocca larga, poi alzò gli occhi al cielo e stringendo i pugni ripetè : – È la birra!