Bibi Bianca, palermitano, è scrittore, autore per il teatro, regista e attore. Tra le sue opere teatrali: E fecero l’Italia; Opera buffa; il Decamerone. Tra i suoi scritti: Da papa Damaso a Clemente IX. Il godurioso regno di infallibili peccatori, santi ed eretici; Il ladro di Palermo, Briganti, Pensiero Bandito, Cartouche, Il ladro di cannoli. Vive tra Palermo e il Brasile
di Bibi BIanca
– E i’ chiammo ‘o nomme pe’ te vedè,
ma, tutt’a gente ca parla ‘e te,
risponne: E’ tarde che vuò’ sapè?
Ccà nun ce sta nisciuna !…
– Bella canzone.
– Troppo bella, – rispose il polparo gongolando.
– E congratulazioni per la voce… – disse l’altro ridendo – Mario Merola preciso!

Mondello
Il polparo gongolando schiacciò l’occhio destro al cliente. Si mise lui stesso a ridere scoprendo una fila di denti storti, poi trasse fuori dalla pentola piena di acqua bollente il polpo. Gli mozzò la testa, tagliò il resto a pezzetti, spruzzò sopra il limone.
Le bancarelle dei polpari si stendevano per duecento metri lungo la costa dalla piazza di Mondello sino a poco prima del tratto della spiaggia libera.
Nei tavoli di legno alle spalle dei banchi, sedevano le coppie e le piccole tacche. Stavano tutti allegri davanti ai piatti di ricci e cozze scoppiate e intanto i ragazzi dai capelli col ciuffo andavano su e giù portando bottiglie di birra e sfilatini di pane.
L’attenzione di Montedoro fu catturata da una tetta che usciva da un bidone della spazzatura.
– Guarda la tettona!
– Dove ?
– Nel bidone.
– Quale bidone?
– Eccola! – disse con enfasi agitando il giornaletto stretto tra il pollice e l’indice.
– Ma che è?
– Caballero… – urlò Montedoro, – il massimo delle donne nude. Illegibile perché già usato, vedi? È tutto incollato…
Silvestro fece una smorfia di disgusto. Aveva i capelli crespi, un naso robusto e una barba rada sulle guance sudate.
Continuarono a camminare con l’aria scanzonata fermandosi solo per guardare il mare e i gabbiani che volavano a pelo d’acqua. Poi arrivarono all’inizio della spiaggia libera, lì dove c’era un bagno pubblico. Di fronte, sul grande marciapiede di terra gialla, sedeva sotto la palma la signora Pina, una donna dalla bellezza sfiorita, che portava male i suoi anni, robusta e con i capelli raccolti sulla nuca.
I ragazzi le andavano incontro con la moneta da cinquanta lire tra le dita. Per il doppio la donna era disponibile anche a conservare i vestiti in alcune buste di plastica spiegazzate. Nel frattempo tirava fuori da uno scatolone i costumi da bagno.
Montedoro e Silvestro entrarono spavaldi nel gabinetto dove il lezzo di orina si mescolava col tanfo acido del disinfettante. Indossarono i costumi. Erano neri, larghi e umidicci, odoravano di alghe fradice e di ammoniaca.
– Coco Chanel numero cinque.
– Solo Cocò!
Era una battuta a doppio senso perché la parola cocò in dialetto era sinonimo di baggiano.
I due fecero una smorfia, alzarono le spalle, poi si lanciarono in una corsa lungo la spiaggia.
Entrarono in acqua sino a bagnarsi i polpacci. Rimasero a mollo immobili, con le mani ai fianchi e il volto contro il sole, a parlare di come Stirner fosse meglio di Bakunin, poi tornarono indietro e si sdraiarono sulla sabbia bianchissima. Stavolta discutevano di segni zodiacali, di come fossero una grande minchiata, buona per tutti quelli che ci campavano sopra prendendo per il culo i gonzi con oroscopi e cieli astrali.
– Tu di che segno sei?
Montedoro fece scivolare la sabbia fra le dita.
– Cane, ascendente bastardo.
– Oroscopo cinese? – chiese Silvestro, chiudendo gli occhi.
– Siculo-cinese… – rispose l’altro arricciando il naso.
E a quel punto, trasse fuori dal cilindro il discorso sui cani che gli piaceva spesso fare.
– I cani di borgata seguono un perfetto stile di vita anarchica. Lo sapevi?
Un leader quando serve, per una rissa o per trovare il cibo…
– Un capo per ogni occasione? – fece l’altro gesticolando.
– Esatto. Diverso e pronto a rientrare nei ranghi quando cambiano le situazioni.
Parlottarono per un po’ su quella libertà senza collare, poi, tutti sudati, si alzarono impiastrati di sabbia, presero la rincorsa e si buttarono a mare con un tuffo ad angelo, dove l’angelo era un corpo goffo e rigido che cadeva di fianco pesantemente in acqua.
Sul muro bianco del baretto che dava sulla spiaggia, lo Zampardi tre giorni prima aveva scritto ritorneremo firmando con un fascio stilizzato. L’indomani era passato Paolo e ci aveva scritto sotto suca; alla fine era arrivato un terzo che con la vernice verde aveva stampato un balbettante Rosy ti amo.
Montedoro, che nel frattempo si era rivestito, aveva tratto dalla tasca un pennarello per scrivere anche lui, ma aveva aggiunto troppo alcool nel retro per farlo durare ancora. Il tratto così era risultato tanto annacquato che del suo oggi padroni domani prosciutti si leggevano a mala pena un pdr mn suti.
– Complimenti… – disse in tono ironico Silvestro.
– È arabo, – rispose l’altro, – non puoi capire.