Bibi Bianca, palermitano, è scrittore, autore per il teatro, regista e attore. Tra le sue opere teatrali: E fecero l’Italia; Opera buffa; il Decamerone. Tra i suoi scritti: Da papa Damaso a Clemente IX. Il godurioso regno di infallibili peccatori, santi ed eretici; Il ladro di Palermo, Briganti, Pensiero Bandito, Cartouche, Il ladro di cannoli. Vive tra Palermo e il Brasile


      di Bibi Bianca

Dopo il terremoto politico del ’68, arrivò il terremoto a Palermo, ma quello con le scosse, con i mobili che vibrano, i letti che ballano, i lampadari che oscillano, le donne che urlano e gli uomini che danno ordini: tutti fuori!

Gli studenti dei licei palermitani rientrarono a scuola trovando le pareti lesionate e il soffitto rigato da spaccature. Qualcuno rise, altri cercarono la scusa per tornare a casa, gran parte alzò la voce.

I professori sollevarono le spalle e i presidi risposero alle proteste generali con squadre di stuccatori. Le crepe furono coperte da strisce di gesso bianco e ducotone con la speranza che la vernice potesse cancellare il terremoto.

Fu in quei giorni che Pippo Montedoro inventò il sismografo. Con l’aiuto dei compagni, piazzò sopra un banco un altro banco messo di taglio, quindi una pila di libri in precario equilibrio. Durante l’ora di lezione, c’era sempre chi da dietro mollava un calcione al banco di sotto.

Tutto avveniva in un attimo: i libri rotolavano a terra rumorosamente e gli studenti schizzavano dalle sedie precipitandosi fuori dalle aule, inseguiti dal terremoto.

il '68 a Palermo

il ’68 a Palermo

All’inizio caddero nel tranello anche i professori, anzi qualcuno si rifiutò di entrare in classe per paura di una nuova scossa sismica. Poi ci fecero l’abitudine e qualche studente finì in Presidenza con il rapporto sul registro, lo sguardo imbarazzato, le spalle strette, l’aria contrita e un pensiero fisso: ma perché proprio io?

Il liceo Galilei dove andava il Montedoro era alloggiato in via Cavour nei locali del palazzo Tagliavia, proprio accanto alla Birreria Italia. Le antiche e piccole stanze potevano andare bene per un museo, come spazi da adibire a una mostra, ma non certo come aule scolastiche.

Ciò che gli studenti recepivano era solo un senso di depressione, un’ aria di bella – ma sempre vecchia – époque, imprigionata in un mondo ammuffito, fuori dal tempo.

Mancava la palestra e l’unica soluzione era stata quella di portare i maschi al campo sportivo militare Giannettino, tra la Fiera del Mediterraneo e l’ingresso – lato monte – del Parco della Favorita.

In pratica dalla parte opposta della città.

Le tre ore di ginnastica settimanali erano tutte assemblate in una mattina. Il tempo di arrivare, fare l’appello, sgambettare all’aperto in un campo di polvere gialla, prendere l’autobus e ritornare a scuola in via Cavour.

Quando pioveva, i ragazzi rientravano in classe tutti fradici e incazzati, con il fango attaccato alle gambe e la voglia di rifugiarsi dentro la birreria.

Il giorno che si decisero a occupare,  Montedoro telefonò a casa.

«Stiamo occupando la scuola, non torno.»

«Ti passo tuo padre» rispose in tono secco la madre.

«No, no, aspetta, nooo…mamma, mamma…»

Alla cornetta del telefono ringhiò una voce maschile.

«Che vuoi?»

«Papà…Ciao. Volevo parlare con te!» disse impacciato il Montedoro «stiamo occupando la scuola… stanotte non torno…»

«Se non torni stasera, non torni più.»

Il tono del padre era stato aspro e deciso.

Fine telefonata.

Montedoro rientrò in classe col volto avvampato. Sentiva un formicolio lungo la schiena e brividi dappertutto. Aveva retto lo scontro. Era stato forte. Il suo sguardo s’incrociò per un attimo con quello di Ignazio. Se ne stava seduto in fondo, con gli occhiali da sole, nonostante la luce smorta della stanza, e con i capelli lunghi, sottili, appiccicati alla fronte. Sudava anche in inverno e ogni volta che suonava la batteria, allagava il rullante.

Il professore di filosofia era seduto dietro la cattedra, gli occhi sul libro, completamente assorto nei suoi pensieri.

Ignazio ciondolò la testa, sistemò la camicia nei pantaloni, assunse l’espressione Casablanca, come sosteneva lui quando si sentiva Humphrey Bogart. Si alzò poggiando le mani sul banco.

Tutti erano in silenzio in attesa delle parole del capoclasse, eletto democraticamente sulla base della valutazione avuta dai professori. Era l’unico ad avere preso sei in condotta.

«Professore…» esclamò con un tono grave della voce, «da questo momento la scuola è occupata.»

L’uomo si passò la lingua sui denti gonfiando le labbra, alzò gli occhi dal libro, abbracciando gli studenti in uno sguardo. Sbadigliò, tornò alla sua lettura, quindi  nel silenzio irreale della classe, uscì dalla cattedra, con le mani in tasca. Senza dire una parola infilò la porta e andò in bagno a fumarsi una sigaretta.